Dalla via Emilia a San Pietroburgo

– Su “Doppiozero” recensione di “Dalla via Emilia a San Pietroburgo”

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Di Massimo Marino 

“Ascoltatemi! Io voglio attardarmi per le strade d’Europa senza la fretta di arrivare. Voglio mischiarmi tra le genti di città sperdute. Voglio ascoltare quelle loro sillabe mai udite prima. Voglio respirare il profumo dell’alba che sa di benzina in solitarie stazioni di servizio della Lettonia. […] Dopodomani, mentre voi sarete nel capannone nero a verniciare radiatori e ad avvitare bulloni come in ogni giorno passato e futuro, l’alba mi sorprenderà tra i boschi fitti e impenetrabili della Repubblica Ceca”. E Tiziano Bisi si mise in viaggio, non in aereo, ma salendo su uno di quegli autobus che macinano chilometri nel cuore dell’Europa. Con uno di quei mezzi con cui viaggiano le badanti, i migranti, i transfrontalieri più o meno loschi: dall’autostazione di Bologna verso San Pietroburgo, i suoi poeti e i suoi fantasmi, attraverso Polonia, Lituania e Lettonia, e ancora più avanti, verso il Grande Nord del Mare di Barents, e poi di nuovo verso l’Italia, attraverso Ucraina e Ungheria.

In qualche libreria lo trovate nella sezione “Viaggi”. Ma è più di un libro di viaggi, Dalla via Emilia a San Pietroburgo (Quodlibet). È la storia di uno sradicamento, di una discesa all’inferno, una ricerca di sé nell’altrove, da soli, senza consolazioni di gruppo, di appartenenze. È il debutto di un autore bolognese, Tiziano Bisi, scritto accumulando appunti a partire dal 2008, portato a compimento durante il lockdown. Il curatore della collana Quodlibet Compagnia Extra, Ermanno Cavazzoni, lo presenta così in un video: “Non conoscevo Bisi. Mi è arrivato il dattiloscritto e mi ha colpito enormemente, perché è un libro di fuga, simile a sangue che esce dal cuore dell’autore, con un tono raro nella letteratura di oggi; piuttosto con parentele nella grande letteratura del Novecento e anche dell’Ottocento”.

Bisi, laureato in Lettere e Filosofia a Bologna con una tesi su Leonardo Sciascia e il cinema, ha fatto molti lavori: montatore digitale, lavoratore al banco scommesse dell’ippodromo, copywriter e direttore creativo pubblicitario a Bologna (era sua la pubblicità con Tonino Guerra che ripeteva: “ottimismo!”; suoi erano altri spot per noti marchi di reggiseni, valigie, scarpe, elettrodomestici). 

I suoi viaggi verso Est in realtà sono durati vari anni: si è fermato a lungo in Russia come docente di Cultura italiana all’università di San Pietroburgo; è stato agente di import-export commerciale. Il libro sintetizza vari momenti in un unico respiro narrativo, assumendo la forma di un vero e proprio romanzo “on the road” (il primo riferimento è evidente: Jack Kerouac, con lo stesso romanticismo esistenziale dell’autore canadese). 

Bisi si mette sulla strada da solo, dicevamo, guidato da una costellazione di autori letterari e non solo a lui cari. “Avanti, fino alla fine del mondo”, afferma; e poi: “Life is very short and there is no time”, riprendendo una canzone dei Beatles. “Io devo partire – scrive – perché la vita è un inganno. Devo partire per uscire da questo mondo in gabbia. Devo partire per smetterla di appartenere a una società che è un vampiro. A un lavoro. A una nazione. Ci provò Mattia Pascal, ci riuscì Ettore Majorana. Devo partire perché la vita è una ferita logora che non si ricuce. […] Devo partire perché io adoro la libertà. Devo partire perché io ne ho abbastanza di rigirarmi nella merda fin qui. […] Devo partire perché non posso fare altrimenti. Perché è la mia anima a chiedermelo. Perché provo disgusto di tutto e di tutti. Perché sono stordito dal niente che mi circonda”. Anafora, come figura della decisione e dell’ossessione. 

Cita Baudelaire: “Ovunque vi sia un altrove in cui sognare di perdermi, là io mi sento a casa!”. Alle sue spalle aleggia Rimbaud, con la “stagione all’inferno” e la fuga verso l’Africa. Si sentono Nietzsche e il superuomo; Céline, il suo Viaggio al termine della notte, la sua lingua corpo e disgusto; Paul Nizan, che in Aden Arabia scriveva “Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita”. Della costellazione fanno parte Hemingway, Camus, Kafka e altri scrittori, ma soprattutto Thomas Bernhard, i suoi disgusti per un’umanità bloccata in meccanicismi, incapace di socialità e di vera conoscenza, di distinguere tra bene e male, comicamente deforme nel suo pacioso ipocrita mefitico quietismo. 

Attraversando città e periferie, cemento, immense pianure, sobborghi industriali, cimiteri di rottami, costruzioni di lamiere, arriva finalmente a San Pietroburgo. Essere in quella città per lui vuol dire innanzitutto rivivere Le notti bianche di Dostoevskij, ripercorrere i sordidi vicoli dove matura il crimine di Delitto e castigo, cercare, tra le moltitudini silenziose precipitate dalle periferie, tra turisti accuratamente sfuggiti, specie se italiani, l’Hotel Anglaterre dove la polizia segreta sovietica ‘suicidò’ il poeta Sergej Esenin. Vuol dire ritrovare i ricordi della poeta Anna Achmatova, di Osip Mandel’štam, di Josif Brodskij, di Puskin, di Gogol e di molti altri scrittori e poeti. Nella capitale moderna, europea, neoclassica, costruita a mani nude sulla palude per volere di Pietro il Grande all’inizio del Settecento, contro Mosca “vecchia massaia”, Bisi vede un luogo affascinante, popolato di misteri e di fantasmi. 

Ripercorre visioni, poesia e violenze: ricorda che lì si è formato, tra l’università e i ranghi della polizia segreta, l’autocrate Putin, che vi fu ucciso Rasputin, che vi iniziò il Grande Terrore staliniano, che vi si sviluppò la sanguinosa, eroica resistenza ai nazisti.

Ne ammira le splendide architetture, frequenta luoghi malfamati, vede strade piene di barboni, alcolisti, relitti umani. “Ogni notte che passo qua dentro – scrive di un ostello sito in un caseggiato dove aveva vissuto Dostoevskij tra 1864 e 1867 – è, precisamente come centocinquant’anni prima l’aveva già descritta Dostoevskij, ‘orribile, umida, nebbiosa, piovosa, nevosa, gravida di flussioni, di raffreddori, di angine, di febbri di ogni specie e qualità possibili’”. 

È evidentemente una ricerca letteraria, in quanto ricerca magica per orientare un bisogno di fuga dal mondo del lavoro servo, della routine, dell’assuefazione: “E, se, tutti noi uscissimo dal condizionamento? E, se la piantassimo, una volta per tutte di andarcene in ufficio la mattina? La si smetterebbe con questo impazzimento collettivo. Con questo sistema socioeconomico, persino. I più si butterebbero sotto i treni elettrici, i sopravvissuti e i mutilati finirebbero tossicomani. Finalmente, diventeremmo una razza estinta! La faremmo finita con questa malattia, che è l’uomo. Con questa scempiaggine”.

Accumulo, vortice, dal quale lui, l’autore, cerca di fuggire: “Eccoli gli esseri umani del nuovo millennio! Scapoli, smidollati, pigmei, influencer, blogger, coach. Gente che, con il loro idiotismo, influenzano, e male, gli altri. Gente che ha dei progetti, delle intenzioni persino, per il futuro lì a venire: gente che vuole fare i soldi, farne tanti, molti, il più possibile!”.

Dopo una lunga stasi in quel luogo di contraddizioni, demoni, incanti che è San Pietroburgo, riprendere a muoversi è inevitabile. Viaggiare è una metafisica, per il nostro narratore: nessun luogo lo acquieta: “È il ritornare la disgrazia. È il ritornare la direziona sbagliata. […] Io vorrei che il mio viaggiare fosse, ininterrottamente, un non ritorno”. Indossare questa maschera dell’inquietudine è la chiave di volta del libro, quella che permette di fare scoperte senza venire mai a compromessi con il disagio interno, con lo scollamento dai tempi, con quello stile diluviale, che divora, incamera, rigetta, tenendosi lontano da tutto e immergendovisi totalmente, fino al punto estremo del tragitto. 

Bisi continua fino a Murmansk e a Teriberka, fino al deserto di ghiaccio del Mare di Barents, circondato dai sospetti di polizotti che non capiscono perché un italiano abbandoni il Belpaese, dove ogni russo vorrebbe andare in vacanza, per perdersi nel niente di quelle lande. La risposta ormai la conosciamo: viaggiare per l’autore è evadere dalle prigioni del lavoro e delle mode. I paesaggi che alla fine va a scoprire sono soprattutto interni. 

Si mette in movimento per fuggire la follia moderna “di andare sempre avanti. Nonostante il nonsense” risponderà lui, tornando alla fine in Italia, apparentemente chetato. Con un messaggio finale per il lettore, per nulla sentito come un fratello, come una propria figura allo specchio: “Caro lettore, ti sei accorto che non insegno nulla? Nessun dogma, nessun credo, nessun comandamento? Io non profeto. Mi interessa zero che tu mi segua fino a San Pietroburgo. Non è per egoismo, e nemmeno per indifferenza. Io sono qui a dirtelo con uno slancio del cuore. Mi interessa per nulla che tu mi imiti. Il viaggio è troppo lungo, complicato, spaventoso. Troppo giù nel dolore. Giù nella solitudine. Nell’abbandono. Troppi i trabocchetti qui e là. Troppi i dispiaceri. Troppe le malvagità. Troppo il pianto. Troppo lo stridore. Nessun miele. Nessun burro”. 

È l’ultima sfida verbale, di ritorno dalle terre degli uomini dalla testa china, della solitudine, degli smaglianti ricordi, delle troppe repressioni, dalla terra “di fanciulle e di poeti e di ruderi e di sventurati”. È l’estrema provocazione ai connazionali pigri e rassegnati, tornando da dove era partito, l’autostazione di Bologna. “Pazienza. Che tra dieci giorni me ne riparto a gambe levate”. Con Baudelaire, verso l’ignoto, per trovare qualcosa di nuovo.

Tiziano Bisi, Dalla via Emilia a San Pietroburgo, Quodlibet, pagine 384, euro 18.

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